14 luglio 2019: Djokovic-Federer, la partita divina – Morion 14 luglio 2019: Djokovic-Federer, la partita divina – Morion
14 luglio 2019: Djokovic-Federer, la partita divina

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14 luglio 2019: Djokovic-Federer, la partita divina

Di Lorenzo Corleto

 

Il tabellone del Centre Court, per l’occasione gremito di tanti appassionati e celebrità, segna le 14 in punto, quando Novak Djokovic e Roger Federer fanno il loro ingresso in campo. Tutto sembra essere perfetto, come se Dio avesse deciso di rendere omaggio a due dei suoi figli: il pubblico incita i suoi beniamini (soprattutto re Roger, considerato il padrone di casa), il campo, nonostante la solita porzione arida che si crea nel corso del torneo nei pressi delle due righe di fondo, dimostra una tenuta ottimale durante il riscaldamento iniziale, persino il tetro e cupo clima londinese cede spazio a un sole raggiante sì, ma non canicolare.

 

Djokovic appare, come di consueto, sicuro di sé e imperturbabile come un automa, forte dei soli due set persi in tutto il torneo. Federer, dal canto suo, è reduce dalla memorabile e meravigliosa semifinale vinta contro Nadal.

 

Si comincia. Batte Federer. Ace. Giusto per mettere in chiaro fin da subito che la conquista dell’ottavo titolo a Wimbledon, e quindi il superamento del record condiviso con Sampras, non ha sopito la sua voglia di vittoria. Lo svizzero porta il game a casa, ma Djokovic controbatte, dando vita a un primo set di studio e attesa, ma anche di scambi pirotecnici.

L’equilibrio non si spezza, i due campioni tengono, senza troppi patemi, i loro game di servizio e si arriva al tie-break.

Si sa, a tennis vince chi sbaglia di meno e in particolare nel tie-break vince chi non molla nulla e rimane solido con la testa. Siamo quindi in casa Djokovic, la cui forza mentale è fuori dal comune. Ma qualcosa gira male, commette 2-3 errori gratuiti e va sotto 5-3, più per colpa sua che per merito dell’avversario. Da questo momento, Federer spedisce due dritti in corridoio e un passante a rete. Siamo 6-5 Djokovic. La situazione si è capovolta. Nel punto successivo, Federer stecca di rovescio, la palla fluttua per qualche secondo in aria e cade a pochi centimetri dalla riga laterale di sinistra. 4 punti consecutivi per il serbo e primo set vinto da vero leone con pugnetto finale. Federer, sconsolato, si cambia la maglia, ma in cuor suo vorrebbe cambiare anche l’esito degli ultimi drammatici 4 punti.

 

Il secondo set si apre con un immediato colpo di scena: Djokovic perde malamente il primo turno di servizio, ma anche nei game successivi sembra spento, quasi come se volesse regalare il secondo parziale all’avversario e un match più lungo agli spettatori. Sbaglia soprattutto (e clamorosamente, essendo il suo punto forte) di rovescio e si ritrova sotto 0-4.

Federer non si fa impietosire come nel primo set e, grazie a molti vincenti (stratosferico lo slice/palla corta sullo 0-30 del settimo gioco), suggella una supremazia indiscussa. Chiude 6-1, dopo una seconda di servizio out di Djokovic tirata come una prima. 1 set pari, palla al centro.

 

Il terzo atto pare una fotocopia del primo: Federer tiene agevolmente il primo game di servizio e tutti i successivi 8 scivolano via a vantaggio del battitore. Il livello sale come l’entusiasmo del pubblico, ma nessuno fa follie per vincere il punto. Ordine, concretezza, scambi brevi ma spettacolari sono il leitmotiv della sfida, con qualche (non rara) eccezione che fa scattare dal posto tutti i presenti, vip compresi. Come sul 30-30, 5-4 Federer. Dopo 12 cannonate, lo svizzero opta per la soluzione lungolinea e sale a rete, Djokovic, con una delle sue classiche scivolate, raggiunge la palla in back, ma ne viene fuori un colpo centrale e soprattutto lento. Lo svizzero è in agguato e con una deliziosa demi-volée chiude il punto. Djokovic rimane immobile, gli spettatori fanno l’opposto. Delirio totale.

L’orologio segna quasi le due ore di gioco, quando Federer ha la possibilità di dare una svolta alla partita sfruttando la prima palla break dell’intero set. Ma Djokovic non si scompone: prima piatta sulla linea, risposta bloccata di rovescio che termina fuori. Il serbo porta strenuamente a casa il turno di servizio e allunga il set al tie-break dopo altri 2 game veloci.

Questa volta è Djokovic a scappare per primo, portandosi sul 3-0 dopo 3 errori dell’avversario. Cala un silenzio surreale. Il pubblico è praticamente tutto dalla parte di Federer e il serbo lo sa. Lo dimostra quando, sul 4-1, tira un grande rovescio incrociato ed esulta guardandosi attorno come a dire: “Ehi, ci sono anche io!”.

Federer tenta la rimonta, ma non può che arrendersi al robot che ha di fronte. 7 punti a 4, 2 set a 1 per Djokovic.

 

Così come il terzo set si è giocato sulla falsariga del primo, il quarto ha un andamento pressoché identico al secondo. Un gioco delle coppie perfettamente incastrato nella cornice divina dell’incontro.

Djokovic resiste solo i primi due game di servizio, poi si rimette alla mercé dello svizzero. Il pubblico si esalta ad ogni punto, anche dopo quelli meno spettacolari, non tanto per incoraggiare il suo idolo, ma perché vede avvicinarsi sempre di più il quinto e decisivo set, la degna resa dei conti dopo 2 ore e 50 minuti di tiro alla fune.

Il boato dopo la palla break salvata sul 5-2 è però tutto spontaneo e sincero: ancora uno scambio estenuante (ben 35 colpi, il più lungo della partita), Federer fa partire un rovescio lungolinea a tutto braccio, imprendibile. Djokovic, stremato, abbassa inizialmente lo sguardo, poi viene coperto dagli spettatori che, alzandosi, ostacolano la visuale della telecamera principale. Alla fine quel game Djokovic riesce a vincerlo, ma Federer chiude 6-4 con un dritto al volo a campo aperto che lambisce la riga di fondo.

 

 

Ci siamo. Quinto set. 3 ore di gioco precise, 3 ore di scambi tirati, di pensieri, di esultanze, di sudore, di fatica. Tutti aspetti che condizionerebbero qualsiasi essere umano. Ma siamo davanti a due creature eteree che non crollano nel momento decisivo, anzi si esaltano. E allora che vinca il migliore.

La tensione nell’aria non rallenta la palla e si arriva al 3-2 Djokovic dopo 3 palle break salvate dallo svizzero sul 2-1.

Batte Federer, ma lo fa male: mette una sola prima e si ritrova sotto 15-40. Sventa il primo pericolo dopo una risposta sbagliata del serbo, ma il servizio non viene in suo aiuto nemmeno nel punto successivo.

Seconda palla alta ma lenta, risposta aggressiva che mette sulla difensiva il campione di Basilea, Djokovic però non ne approfitta e accorcia bruscamente, Federer attacca centralmente e sale a rete, ma viene passato da un rovescio magistrale. 4-2. Ecco la svolta, forse, decisiva.

E invece no, the show must go on e, dopo un dritto lungolinea di Djokovic fuori di pochi centimetri, Federer prima accorcia le distanze, poi riagguanta l’avversario sul 4-4. 2 set pari, 4 game pari. Perfetto equilibrio.

Ora è Djokovic a rischiare grosso: sul 5-5 pari e 15-30, deve iconicamente tuffarsi alla sua destra per ribattere un tentativo di passante stretto di Federer e vincere il punto. Tiene poi il game di servizio e altrettanto fa lo svizzero (seppur con qualche difficoltà). 6-6.

 

Riallacciamo il nastro: abbiamo raccontato colpi spettacolari, esultanze incontrollate, punti rocamboleschi, break, contro-break.

C’è altro? Sì, perché a Wimbledon, il quinto set non prevede il tie-break tradizionale sul 6-6, bensì la prosecuzione dei game. E’ finita qui? No, perché non si va avanti all’infinito finché non ci sono due giochi di scarto, ma il regolamento (diverso, ahinoi, per ogni Grand Slam) impone che ci sia un tie-break decisivo sul 12-12.

Detto ciò, i primi 2 game volano via agevolmente per il battitore, poi sul 7-7 si ripresenta la situazione al contrario di qualche minuto prima: è Federer questa volta ad avere un break point e lo concretizza (con un passante che manda in visibilio il pubblico) ed è pronto, dopo la pausa, a servire per il match e a trionfare per la nona volta a Londra.

Durante il tragitto dalla panchina alla linea di fondo dei due giocatori, gli spettatori emettono un rumore così forte che l’arbitro è costretto a intervenire al microfono chiedendo silenzio, mentre Federer temporeggia, dimostrando, per la prima volta nella partita, di essere un umano e di provare delle emozioni. Purtroppo per lui...

Tutti i particolari che fanno da cornice a questo quattordicesimo gioco meritano una narrazione di ogni singolo punto.

Primo quindici. Federer mette una buona prima, Djokovic risponde centrale e lo svizzero osa un attacco lungolinea; la palla esce e viene chiamata out, ma Federer non ci sta e, stizzito per il brusio di sottofondo, chiede l’intervento dell’occhio di falco, il quale avalla la decisione del campo.

Nel punto seguente, Federer stecca ma la palla rimane dentro, poi Djokovic spreca e tira un dritto largo. 15 pari.

Poco dopo, ace. Boato. Il “thirty-fifteen” dell’arbitro è impercettibile.

Altro punto, altro ace. Altro boato, questa volta incredibilmente più forte. 40-15. Due championship points.

 

E’ forse il momento più significativo della storia del tennis e uno tra i più importanti della storia dello sport. La moglie di Federer, Mirka, ex tennista anche lei, è in preda ad un’ansia sconvolgente, mentre il resto del team urla per incoraggiare il suo atleta.

Una spettatrice fa il segno “uno” con la mano, come a dire: “ancora uno e poi, Roger, puoi lasciarti andare!”. Il punto però deve essere giocato, e allora gustiamocelo.

Prima di servizio. La palla viaggia verso l’incrocio delle righe ma si ferma sul nastro e torna indietro. Seconda. Risposta incisiva, Federer è lento nel girarsi di dritto e spedisce a lato. Il brusio si fa intensissimo. Ma poco importa, ha un’altra chance. Questa volta mette la prima, attacca e…viene passato facilmente da Djokovic, che non trema affatto in questo clima per lui avverso. 40-40. Il serbo attacca, Federer raggiunge la palla ma non la rimanda in campo. Palla break. Breve scambio in diagonale e Federer tira un dritto a rete. 8 pari, silenzio tombale.

Vorrebbe mangiarsi la racchetta, il povero Roger, che però ha il merito di non crollare e di resistere fino all’11-11. E ha anche 2 palle break.

La prima è iconica: il passante dello svizzero diventa irraggiungibile per Djokovic, che deve solo soffiare e sperare che la palla esca fuori. Cosi è, e giustamente il serbo si carica. La seconda è altrettanto significativa: Djokovic sale a rete, Federer tenta il lob, il campione di Belgrado schiaccia male e centrale, ma fa il punto lo stesso. Poco dopo si gira e sorride. No, non è possibile. In finale a Wimbledon, ti concedi il lusso di sorridere dopo un palla break salvata al ventitreesimo gioco del decisivo set? Alla fine, Djokovic vince il game. Federer non cede e porta la sfida al tie-break del 12 pari. Pura magia.

 

4 ore e 48 minuti. 1-0 Djokovic, poi Federer pareggia i conti con un dritto lungolinea che sbianca la riga. Batte Federer, sale a rete e spedisce fuori una demi-volée abbastanza semplice per uno come lui. Lo svizzero, arrabbiato, scaglia la pallina lontano e si rivedono i fantasmi del quattordicesimo game; in seguito, il serbo fa uno-due e si porta sul 4-1, che diventa 4-2, 4-3, 5-3, 6-3. Ora è Djokovic ad avere il primo championship point.

La canea di quel famoso 40-15 è ora placata. Nessun rumore, tutto tace. Servizio Federer. Dopo diversi colpi, Federer sbaglia clamorosamente un rovescio lungolinea. E’ finita! No, ennesimo colpo di scena: il giudice di linea aveva chiamato out la palla del serbo, il quale chiede a sua volta l’intervento dell’occhio di falco. Attimi di tensione, arriva il decreto: la palla è buona! Ma si deve rigiocare il punto perché la chiamata è avvenuta durante e non dopo quest’ultimo. Al “replay the point” dell’arbitro, Djokovic lascia andare un altro ghigno, questa volta più per rammarico che per sollievo.

Tutto da rifare. Serve sempre Federer, risposta e stecca dello svizzero. La palla finisce lontanissima, probabilmente è tornata da dove proveniva, cioè dal cielo. Djokovic alza lo sguardo e vede il suo team festeggiare. Ora è finita davvero. Il serbo trionfa per la quinta volta a Wimbledon, Federer rimpiangerà per sempre una partita che avrebbe potuto proiettarlo nell’olimpo dello sport.

Ma che volete che sia, questo è il tennis, ed è bello, bellissimo così.