31 gennaio 2020: La partita di Kobe

31 gennaio 2020: La partita di Kobe

Di Lorenzo Corleto

 

Questo è uno dei rarissimi casi in cui il risultato di una partita è l’aspetto meno importante. Lo scrivo giusto per completezza: vince Portland 127 a 119, ma nessuno ha la voglia di esultare dopo la tragica notizia della morte di Kobe Bryant, una leggenda per tutti i giocatori e gli appassionati di basket, ma apprezzato per la sua sportività e lucentezza anche dai profani.

Vale decisamente la pena di concentrarci sull’atmosfera della notte più incredibile della storia della pallacanestro, punteggiata di ricordi indelebili.

“It’s just a game” diceva Kobe. Se da lassù potesse vedere il tributo che il pubblico gli ha riservato, cambierebbe idea, ne sono sicuro.

 

 

Staples Center, Los Angeles, ore 21:30.

I magazzinieri dello stadio devono aver lavorato tanto: tutti i seggiolini del settore superiore sono coperti dalla maglia gialla numero 24 di Kobe, mentre la restante parte inferiore dell’arena brilla di un arancione affascinante. Due maglie diverse rappresentanti due momenti diversi della carriera del Black Mamba, ma entrambe degne cartoline di saluto per omaggiare il padrone di casa.

Negli spogliatoi si respira la stessa aria cerimoniale e malinconica: LeBron James, asso dei Lakers, si prepara con accanto la maglia numero 24 di Kobe, per poi indossarla, come tutti gli altri compagni, all’ingresso in campo.

Fuori dall’impianto, una folla copiosa segue lo svolgimento dell’evento sui maxischermi già da diverse ore prima della palla a due, che sancisce l’inizio del match.

Non è affatto sorprendente questa situazione perché, oltre alla consueta passione che travolge tutti gli amanti del basket e che li porta a recarsi allo stadio molto presto, i tifosi sono interessati alla cerimonia celebrativa pre-gara. Debita, per un campione. Sacra, per un dio come Kobe.

 

 

Quando tutto lo Staples Center si riempie, la vista lascia spazio all’udito: i riflettori si spengono e il coro “Kobe, Kobe, Kobe” echeggia rimbombando in ogni fessura, poi, d’un tratto, si placa.

Parte un sottofondo musicale: il cantante Usher intona “Amazing Grace” davanti a sporadiche lucciole (i telefonini sanno essere romantici) che illuminano la scena come barlumi di gioia e di speranza in una notte scura. Mentre la canzone pervade l’animo degli spettatori, sul teleschermo scorrono le immagini dei tanti sportivi che hanno omaggiato Kobe.

Poi è la volta del violoncellista Ben Hong, che dedica un brano al Black Mamba; dietro di lui viene ripercorsa in un filmato la carriera del cestista, i suoi allenamenti, le sue parole, i suoi sorrisi, le sue azioni caritatevoli, i suoi sogni da bambino.

La performance termina con un boato che ha il tempo solo di sollevarsi appena perché il tabellone dello stadio si illumina riflettendo due numeri: il 24, la maglia di Kobe, e il 2, la maglia di sua figlia Gianna, giovane promessa della pallacanestro morta insieme al padre a soli 13 anni.

A loro volta, il 24 e il 2 si uniscono, come in un abbraccio, per formare un numero decimale: 24.2, ovvero i secondi durante i quali l’intero stadio dedica un commosso raccoglimento al suo idolo.

Dopo un silenzio tombale, suona la sirena e gli astanti si lasciano andare ad un applauso scrosciante. Sembra che l’acme della cerimonia sia stato raggiunto, ma ogni singola celebrazione è ricca di pathos in egual misura.

 

 

Laker Nation, thank you very much” ringrazia sentenzioso lo speaker dello Staples Center, che successivamente accoglie al centro del campo i Boyz II Men, un gruppo di tre cantanti afroamericani.

Poteva mai mancare l’inno nazionale in una cerimonia dal così grande prestigio? Certo che no, ma esso subisce una melodiosa rivisitazione. Tra acuti emozionanti e pause ancora più toccanti, lacrime veraci scendono sulle guance di alcuni tra i giocatori in campo, compreso LeBron James.

Purtroppo per lui, non è il momento migliore per piangere: deve prendere la parola e salutare Kobe.

Maglia smanicata numero 24 addosso, felpa viola per completare i colori dei Lakers, un foglio nella mano sinistra e il microfono nella mano destra.

Tutto intorno tace. Parola al King, che meglio degli altri si è avvicinato al Black Mamba per record e bravura.

LeBron inizia il suo sermone (ricordiamo la sacralità dell’evento) citando tutte e 9 le persone coinvolte nell’incidente, perché non è solo un ricordo di Kobe, ma di tutti coloro che hanno perso la vita in quel maledetto 26 gennaio.

Poi, ecco il colpo di scena, inaspettato vista l’importanza della situazione, ma allo stesso tempo prevedibile da uno che nella sua carriera ha fatto della sorpresa e della follia il suo marchio di fabbrica: getta a terra il foglietto che aveva in mano e dice “Ho scritto qualcosa su questo pezzo di carta, ma voglio che sia il mio cuore a parlare”. Chapeau. Applausi.

 

 

Il primo pensiero di LeBron va a tutta la Laker Nation: ognuno è parte integrante di una famiglia alla quale appartenevano anche Kobe e Gianna e che non dimenticherà mai i propri fratelli.

Il fenomeno di Akron sembra imperturbabile, ma quando inizia a parlare di Kobe, delle sue battaglie con lui, dei suoi ricordi da bambino, come un edificio colpito da una scossa cede piano piano, ma senza mai crollare definitivamente. Alla fine, chiude il discorso poggiando il microfono a terra. E’ durato poco, ma è stato intensissimo e adesso come mai nessun altro encomio sarebbe in grado di superare in fascino e maestosità le parole di LeBron.

Infatti, come in un incantesimo, improvvisamente le luci si riaccendono, i giocatori corricchiano in campo e lo speaker dà il via alla sua cantilena che annuncia i titolari, chiamandoli tutti con lo stesso nome: Kobe Bryant.

La partita, come sappiamo, non finì bene per i Lakers, ma è stata la sconfitta più dolce della ultra-centenaria storia della squadra californiana.

E sicuramente il Mamba non se la sarà presa, d’altronde, come dice lui, “it’s just a game”.